suoni dal profondo

Every time a band dies

23 anni. La parvenza geologica di un tempo lunghissimo che si trascina dall’adolescenza verso la cupezza dell’età adulta. Ed anche se gli anni si accumulano la schiena è sempre sudata, i cervicali sempre più sollecitati e frustati dai capelli lunghi, la mano continua a scorrere lungo il manico di una LesPaul che non ha più segreti, i calli tra metacarpo e falangi della mano destra sono sempre più granitici, temprati da anni di contraccolpi di pelli durissime. Ogni suono ha imparato a scorrere da sé, non c’è nemmeno più il ricordo di cosa sia l’assenza della musica. La geografia degli Stati Uniti d’America e del globo tutto è riscritta dalle ruote di un van scalcinato che corre da est ad ovest per tre lunghi mesi.

I’ll go on with this riff until the end of the world
Clayton “Goose[bumps]” Holyoak

In questo tempo indescrivibile è capitato di essere fratelli di sangue e di strada. Si è scritta la storia della propria vita intrecciandola a quella di un manipolo di coetanei così simili e così estranei allo stesso tempo. Quella storia è diventata poi legione: silentemente, con la calma e la sapienza di una cultura antica, centinaia, migliaia di persone hanno iniziato a riunirsi in nome del culto di un rumore che non può essere spiegato.

Il cervello è una macchina strana che spedisce segnali nello spazio nel cuore della notte e lascia al risveglio null’altro che il mistero dell’essere ancora una volta vivi. Il passato della specie umana è uno scherzo del destino: quel piccolo corpuscolo infinitesimale sta per diventare la prima cellula eucariote, e non lo sa. Ignora analogamente che la probabilità di questa decisiva trasformazione è pressoché risibile, di poco superiore al 50% e perciò tutt’altro che scontata, e da lì in poi sarà sangue, la scoperta del fuoco, Cristo e le crociate, 100 mila uomini sepolti sotto la neve, le camere a gas, la bomba atomica, 100 miliardi di esseri viventi inesorabilmente votati al massacro.

“we made the scene, when we made a scene. And though it was brief, it meant everything”

Immaginare la propria morte è un po’ come quei giochi di ruolo a cui si assiste da spettatori dopo aver perso ancora una volta: gli altri vanno avanti benissimo senza di noi. Siamo i sommersi, e va tutto bene. Sopravvivere al prossimo è come vincere lo stesso gioco per il quale non si è mai stati portati. Vedere i propri cari andarsene è l’anelito sbilenco della stirpe umana, il vagito primordiale di un lignaggio impotente.

Tra il cervelletto ed il timpano rimbomba un piccolo ronzio ogni volta che la cuffietta dell’in-ear monitor aderisce perfetta al padiglione, e sembra dire: “questo è il tuo lavoro ragazzo, soltanto il tuo lavoro, l’unico fottuto lavoro che puoi fare”. Il ronzio ti ha trovato: eri ubriaco fradicio, rannicchiato in un angolo del tuo soggiorno mal arredato, con lo stomaco sottosopra e la valigia ancora intatta, sconvolto dalla paura. Ogni cosa è parsa magnifica, anche il tuo nero terrore.

Ogni volta che muore una band la musica se ne frega. Gli altri vanno avanti, tranquillamente avanti. E’ tutto da buttare, ma tutto cosa? In realtà c’è stato nient’altro che un momento di nitore, di chiarezza espressiva, di disarmonico accordo, in cui si è stati un gruppo, un vero gruppo e solo questo, e ad un tratto non si è stati più nulla. Ogni volta che muore una band la musica se ne frega. Avremmo dovuta ucciderla, la musica.

“Every Time I Die born in Buffalo,NY in 1998 and broke up in 2022.
They released nine records and will be sorely missed.”

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