il postumano

Breviario della distruzione

La storia della razza umana, parafrasando Merleau-Ponty, è la storia dei movimenti di ciascun uomo sulla terra: la sua prospettiva. La verità è un concetto sopravvalutato: un’intera esistenza cresce, si sviluppa e perisce sostenuta da una lisergica congerie di falsità. Tutto è prospettiva, anche queste poche righe.

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Il sistema a più incognite “catastrofe naturale” non è risolvibile, ma soprattutto non è esistenzialmente sopportabile: l’idea della fine del tutto ci è nemica in quanto percettivamente indefinibile, sensibilmente inafferabile, non possiamo averne esperienza. La catastrofe naturale non significa per il corpo umano medio occidentale.

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Gli ultimi uomini sulla faccia della terra, anche in letteratura, raramente ricorrono al suicidio: non ne hanno (più) bisogno, perché oltre la burrasca della tragedia di vivere c’è solo la quiete che la risolve. La speranza è la prima a morire solo se nessuno può restare a sperimentarne il brivido; un uomo solo basta a tenere viva una corpuscolare fiducia nel futuro prossimo. La sparizione è un fatto meramente teorico.

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La scienza trionfa imperterrita e protetta, ma mai oltre la religione: è un confronto ad armi pari che sublima in un successo oscillante ed irrisolto. La scienza organizza e rivisita il proprio sapere: come la religione, ha torto anche quando ha ragione, poiché ha il fascino mistico di ammantare con disinvoltura il mezzo migliore per giustificare il fine.

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Ciò che non è spettacolare, non esiste. Dio, difatti, “grande eufemismo”, non esisterebbe. Ma semmai potesse esistere, non potrebbe essere parte del discorso, di ogni discorso.

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E’ capitato a tutti gli abitanti del pianeta Terra di sperimentare almeno una volta, per qualche minuto o nel baluginio di un secondo, la profonda istantanea privazione di senso del tutto. E’ successo in vacanza, guardando un tramonto come tanti altri, senza la voglia di fotografarlo, con la fronte stropicciata dal sudore, gli occhi stretti in una fessura microscopica velata da una lacrima. Poi, è passato, solo un momento, tutto dimenticato.

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La sostenibilità ambientale, per un fortuito gioco di parole, è insostenibile. Come altri macrouniversi caratterizzati da pressioni analogamente incoercibili, quali l’evoluzionismo o la fedeltà coniugale, il dubbio non è contemplato: l’individuo deve scegliere da che parte stare, deve prendere posizione, sì o no, pena l’esclusione dal gioco. Giocare e recitare, in inglese, sono la stessa cosa.

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Non importa se gli ambientalisti hanno ragione o meno, se gli scienziati contrari al catastrofismo sul riscaldamento globale propongono teorie più convincenti della controparte. Con ogni probabilità saremo morti tutti prima di capire chi ha ragione: pur prendendo calorosamente parte al dibattito, siamo ben consapevoli di quanto poco ci tocchi tutto ciò, ed è la nostra più grande consolazione dalle frustrazioni quotidiane.

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L’etica del moderno voyeur, onninamente generata dagli effetti psico-somatici dei social network, prevede in primis l’essere sempre molto informato su tutto, ma senza compromettersi entro il nucleo vero e proprio del discorso. Stare nel marasma della discussione, come in incognito, mai perdere di vista l’integrità del proprio sembiante, mai esporsi.

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Italia, una radio nazionale, anno 2019 d.C.: “[…] non fa più musica a livelli alti, intendo dire gli stadi e le arene, per capirci…”.

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La vulgata recente prevede che atteggiamenti disforici come la mancanza di convinzione, la necessità di elucubrare, di soppesare parole e opinioni, di porre in essere un conflitto che sia inevitabilmente generativo e prolifico, sono tutte debolezze. La virtù suprema è essere sempre molto convinti, conciliare l’inconciliabile con il machismo roboante, con l’indifferenza o, agli antipodi, con l’utilizzo degli schemi preconfezionati dal manicheismo occidentale.  

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La ricerca della coerenza è la più profonda incoerenza rispetto all’istinto animale celato nella costituzione umana. O forse no.

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Questione di anni, e si scoprirà quanti danni può fare alla salute “un po’ di attività fisica”.

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Scrisse Eschilo in Coefore “io dico che i morti uccidono i vivi”. Corollario: ciò che non esiste più, vale a dire il passato, e ciò che non esiste ancora, cioè il futuro, uccidono. Dare forma e sussitenza alla crudeltà dell’attimo presente, di questo istante, è una sfida per la quale non si è mai abbastanza pronti. Meglio correre.

[…]

 

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