suoni dal profondo

Uomo Mascherato

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Negli anni dell’inferma solitudine adolescenziale si sperimenta il deserto: ed era lo stesso deserto in cui un bambino trascina a forza un carro allegorico indicibile su cui campeggiano un idolo polveroso, una sorta di cavallo di Troia. C’è una voce baritonale, profonda, che parla sopra una nenia di carillon. Una chitarra potente le dà ritmo e senso, un suono chiuso e dolente, come una graticola incandescente che volteggia ad un palmo dal petto. Il bambino cresce e trascina una ruota atlantica verso l’unica destinazione ammissibile, NOWHERE. L’emittente è ambigua, il contesto è ambiguo. Una polvere di cui si sente l’odore giace sui fusti della batteria e sui piatti sudici. La giovinezza è fatta di acque torbide e facce che non si vogliono vedere, è la terapia d’urto dell’esistenza, è tutto un giocare sempre più serio e solo.

Negi anni della mia inferma età adulta ho rivisto un fantoccio in carne ed ossa il cui capo non è più dipinto, ma è stretto, costretto entro una maschera che è prigione e deformazione allo stesso tempo: le cinghie che stringono la nuca dicono costrizione, dolore, contrazione, pressione incoercibile di una forza superiore che le ha serrate. Danno corpo ad una tela che diventa indissolubilmente congiuntura anatomica, una seconda pelle che combina il proprio corredo molecolare con le cellule dell’epidermide, fino a risultare percettivamente indistinguibile. Non è la maschera neutra usata dal mimo, ma riesce a diventare altrettanto enigmatica, poiché pur celando i connotati mostra, non casualmente, una pulsione muscolare che turba la staticità del mostro di cuoio: si percepisce la mandibola che si spalanca nella fessura che rappresenta la bocca, si percepisce il movimento vivido e iridescente degli occhi che pulsano sotto quelle due fessure, nel turbinio dei loro 30 cambiamenti di direzione al secondo. Il sembiante non può che provare una forma tacita di ribellione: tutti gli appariti sono uniforme e schema, sono ancora prigione e segregazione, e non resta perciò che un canto, un urlo, un crogiolo di sillabe da sputare letteralmente fuori dalla cavità orale.

La liturgia del vuoto cosmico scevera l’orchestra dal celebrante: il rituale può avere inizio, ha già avuto inizio, ha sempre avuto inizio prima di questo palco, prima di questo accordo, prima di questo banale revival hard rock. Anche il volto dei chierici-musici è obliterato da una maschera lucida, un tesoro d’Atreo perfetto e scintillante incuneato nell’occipite da cui non promana alcuna levità antropomorfe: solo il ministro ha la grazia dell’uomo nel suo essere non-uomo. Guardo il mio volto, il volto dell’uomo allo specchio: esso mi informa che per fare quell’acuto, esattamente così, la faccia ha bisogno di deformarsi, di cambiare stato, di sollecitare i tendini mandibolari, di far risuonare nel sub-palatiale le frequenze alte. La bocca del ministro è immobile, come quella del fantoccio, ma noto in quella fessura la tumida vita dell’orifizio che si spiega seminascosta: lì sotto il big bang e Hiroshima, il sudore ghiacciato nella Siberia, il sonno profondo.

Il regno in cui vaneggiano questi fantasmi decapitati è quello dell’anomalia, della trasformazione, della metamorfosi: io non sono più una storia biologica del pianeta terra. Nell’impersonare uno stato che è ultra-umano, si attiva la reificazione omologante dell’uomo-cosa sul palco, la quale sempre domina: nei concerti faraonici, nell’effettistica roboante, nell’apparato che tutto fa convergere verso un microcosmo che rifocilla un capitale stanco dei soliti stratagemmi di massa. Ecco circolare sulla nuova carta patinata del digitale volti nuovi, con una formula che sia la più vecchia, la più sicura, la più consolidata possibile. Soprattutto volti, soprattutto nuovi, freschi.

La risposta dalla sponda opposta di Stige è “We’re not your kind”. L’errore di immergerti in queste tenebre, in queste acque sempre più torbide, sempre più sopra la cintola: sappi che qui si cambia faccia, si rischia grosso, si vende cara la pelle. Sono un disco con un milione di canzoni che girerà e girerà sul supporto ottico, ma a differenza degli altri scarnificherà un centimetro quadrato di viso alla volta, fino a lasciarti illeso: non ti facciamo niente, dicono, stiamo solo suonando quello che fai ogni giorno, quello su cui ti ha sempre fatto orrore fermarti a pensare.

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